lunedì 20.11.2017
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A Ferrara la mostra "Lo sguardo di Michelangelo Antonioni e le arti"

Dal 10 marzo al 9 giugno a Palazzo dei Diamanti omaggio a uno dei padri della modernità cinematografica

Poeta «dell’assenza, dell’attesa, del desiderio» (A. Robbe-Grillet), autore di un raffinato cinema di sguardi, sensibilissimo «pittore dello schermo» (W. Wenders), Antonioni è un artista che come pochi altri ha saputo sondare l’animo umano, radiografando le inquietudini del mondo contemporaneo, senza mai abbandonare eleganza e seduzione.
A questo protagonista dell’arte e della cultura del secolo scorso la Fondazione Ferrara Arte e le Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara-Museo Michelangelo Antonioni, in collaborazione con la Fondazione Cineteca di Bologna, dedicano una grande mostra,  dal 10 marzo al 9 giugno 2013, a cura di Dominique Païni, già direttore della Cinémathèque Française.  

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Mark Rothko: Senza titolo, 1968 Olio su carta montata su tavola, cm 81,5 x 64,5. Courtesy Fondazione Orsi
La straordinaria carriera di Antonioni è narrata a partire dal prezioso patrimonio del Comune di Ferrara: film, libri, dischi, fotografie, oggetti personali, soggetti e sceneggiature originali, documenti rari e lettere dei maggiori artisti e intellettuali dell’epoca, permettono di ripercorrere la vita e l’opera del regista e restituiscono un vivido spaccato del tempo in cui lavorò. Queste testimonianze sono accostate alle opere d’arte dei maestri del Novecento che lo hanno ispirato, da Pollock a Rothko, da De Chirico a Morandi.
Il percorso espositivo, articolato in nove sezioni, alterna un racconto cronologico ad alcuni approfondimenti tematici che evidenziano le polarità della sua poetica: le nebbie della nativa pianura padana e la luce abbagliante dei deserti in cui sono ambientati i capolavori della maturità; il periodo “del bianco e nero” e quello “del colore”; la bellezza notturna di Lucia Bosè e la solarità di Monica Vitti; l’indolenza della mascolinità latina protagonista dei primi lungometraggi e la vitalità della gioventù anglosassone degli anni Sessanta e Settanta; la straniante modernità delle grandi metropoli e dei centri industriali e il fascino silenzioso dei rilievi delle Montagne incantate. La rassegna ripercorre così l’intera parabola creativa di Antonioni, attraverso un suggestivo dialogo tra film e pittura, letteratura e fotografia.

L'allestimento

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Alain Delon e Monica Vitti ne L’eclisse, 1962
La sezione che dà avvio al percorso di mostra (NEBBIE) evoca le origini ferraresi del regista e le atmosfere rarefatte e silenziose che hanno nutrito il suo immaginario. Ferrara rappresenta un bacino di suggestioni cui Antonioni attingerà negli anni per dare vita alle sue opere. Le «strade lunghe e larghe, di città di pianura, belle e quiete come inviti all’eleganza, agli ozii dissipati» (Antonioni), l’orizzonte basso della campagna prossima alla foce del Po, il suo cielo grigio che tutto ammanta e uniforma, sono immagini che riemergono in alcuni dei suoi film più importanti, da Cronaca di un amore a Il grido, da Il deserto rosso a Identificazione di una donna, fino ad Al di là delle nuvole.  
In contrasto con la precedente, la seconda sezione (DESERTI) invita il visitatore a immergersi nella luce abbagliante e nella vastità degli orizzonti desertici e polverosi che affascinarono profondamente Antonioni. Proprio in questi scenari il regista scelse di ambientare due capolavori della maturità,
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Mario Schifano Tutti morti, 1970 Smalto alla nitro su tela emulsionata, cm 195 x 220 Collezione privata. © by SIAE 2013
Zabriskie Point e Professione: reporter, la cui genesi, importanza e ricezione è testimoniata da scritti, documenti e lettere del cineasta e dei suoi collaboratori e amici.
Dopo le prime sezioni dedicate a due poli dell’immaginario antonioniano, le nebbie e i deserti, il percorso espositivo (REALTÀ) procede cronologicamente, a partire dagli esordi del regista all’indomani del secondo conflitto mondiale e lungo il corso degli anni Cinquanta. Antonioni assimilò la tradizione neorealista e la sottopose a un esame critico. 
Protagonista della sezione "SCOMPARSE" è la celebre “trilogia della malattia dei sentimenti” – L’avventura, La notte e L’eclisse – che segna il compiuto raggiungimento, all’inizio degli anni Sessanta, della prima maturità e l’inizio di una nuova fase stilistica che culminerà nel Deserto rosso.
La bellezza e la bravura di Monica Vitti, la musa che illumina il percorso artistico e biografico di Antonioni in questi anni cruciali, emergono con forza dagli inediti provini per Il deserto rosso proiettati nella settima sala della mostra.
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Jackson Pollock Watery Paths, 1947 Olio su masonite, cm114 x 86 Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. © by SIAE 2013
Il deserto rosso, che Jean-Luc Godard definì «un film sul mondo tutto, non solo sul mondo di oggi», è la prima esperienza condotta da Antonioni con il colore. Il regista, che si avvale della magistrale fotografia di Carlo di Palma, usa tonalità cromatiche con una funzione espressiva e simbolica, talvolta colorando letteralmente luoghi e oggetti di alcuni set, come dimostrano i quaderni per la lavorazione del film con i suoi appunti manoscritti  nella sezione "I COLORI DEL MONDO E DEI SENTIMENTI".
Londra 1966: l’esplosione della musica rock, l’impatto della pubblicità e della moda sul volto delle città e sulla vita quotidiana permeano il rinnovato immaginario del regista che lascia l’Italia e scopre, nella Swinging London degli anni Sessanta, una fucina di immagini nuove e dirompenti (sezione SIMULAZIONI). In Blow Up, premiato con la Palma d’oro a Cannes nel 1967, la plasticità pittorica e fotografica si mette al servizio del cinema. Come attestano le lettere di artisti e intellettuali del tempo (Arnaldo Pomodoro, Franco Zeffirelli, Marcello Mastroianni e Umberto Eco), la pellicola è tra le più riuscite e ammirate del maestro. A partire dallo spunto dell’ingrandimento e dall’analisi dell’immagine, Blow Up segna una vera e propria svolta nell’opera antonioniana e, al contempo, è uno dei film che contribuiscono al rinnovamento del cinema mondiale esercitando una notevole influenza sul linguaggio hollywoodiano dei decenni successivi (Brian De Palma, Martin Scorsese).
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Giacomo Balla, Ballafiore, 1924 Olio su tela, cm 99 x 75 Collezione privata. © by SIAE 2013
Oltre a nutrire un profondo interesse per l’arte passata e presente, Antonioni si dedicò alla pittura e al disegno fin dalla giovinezza. Fu tuttavia solo a partire dagli anni Sessanta che la pratica pittorica iniziò ad occupare un ruolo importante nell’ambito della sua attività artistica. Risalgono infatti a questi anni i primi esperimenti pittorici con soggetti montuosi, che sembrano preludere alla produzione negli anni Settanta della più ampia serie delle Montagne incantate: piccoli dipinti a tecnica mista, sviluppati su grande formato grazie alla tecnica dell’ingrandimento fotografico (sezione "LE MONTAGNE INCANTATE").
Negli anni Settanta e Ottanta, Antonioni torna a cimentarsi con il documentario, un’arte che aveva sperimentato agli esordi con Gente del Po e N.U. (Nettezza Urbana). Ad attirarlo ora non sono più i paesaggi padani e la cronaca della gente umile della sua terra natale, ma civiltà lontane come quella cinese e indiana con i loro antichissimi rituali (Kumbha Mela). Al documentario è dedicata l'ottava sezione della mostra,"ALTROVE".
A seguito dei vagabondaggi americani e cinesi, dopo le riprese di Professione: reporter, girato tra Inghilterra, Germania e Spagna, il regista torna in Italia con uno sguardo rinnovato. Qui realizza le ultime opere, tornando a indagare temi a lui cari, come la fragilità dei sentimenti e i rapporti di coppia, con lo stile raffinato di sempre ma anche con alcuni elementi formali nuovi. Identificazione di una donna (1982) racconta la storia di un regista che, in cerca dell’ispirazione per il suo prossimo film, intreccia una relazione con due donne, due volti dell’eterno femminino. Nel 1983 torna sui luoghi de L’avventura
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Kim Rossi Stuart in Al di là delle nuvole, 1995
e gira un documentario in cui immagini e suoni inscenano un affascinante viaggio nella memoria (Ritorno a Lisca Bianca). Lo stesso anno pubblica Quel bowling sul Tevere, una raccolta da cui prende vita, dodici anni dopo, grazie al contributo di Wim Wenders, Al di là delle nuvole, film in quattro episodi il primo dei quali ambientato tra Ferrara e Comacchio.
Nonostante l’invalidante malattia – era stato colpito da un ictus nel 1985 – l’anziano, celebrato maestro continua instancabile la sua ricerca della bellezza. L’ultima, commovente opera che realizza, contemporaneamente a Il filo pericoloso delle cose, vede il 92enne Antonioni debuttare come attore ne Lo sguardo di Michelangelo. Nel magniloquente silenzio della chiesa romana di San Pietro in Vincoli, il regista incontra il Mosè del suo omonimo, Michelangelo Buonarroti.  Lo sguardo del regista sembra interrogare il gigante di marmo, lasciando trapelare, come in una sorta di testamento artistico, l’idea quasi mistica che egli ha sempre avuto dell’arte come atto di creazione (nona e ultima sezione, "IDENTIFICAZIONE DI UN MAESTRO") .

E.R. Cultura ha incontrato Maria Luisa Pacelli, direttrice delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, che ha raccontato come la mostra sia stata concepita e realizzata (ascolta l'intervista

La mostra è accompagnata da un catalogo a cura di Dominique Païni, Fondazione Ferrara Arte Editore.

blowupInfo pratiche:
Orari :
Lunedì 14.00-19.00
da martedì a domenica 10.00-19.00
Aperto anche Pasqua, Lunedì dell’Angelo, 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno

Biglietteria online

Sito web della mostra

Ufficio Informazioni e Prenotazioni:
tel. 0532 244949 
diamanti@comune.fe.it

Quasi in contemporanea a Bologna dal 14 marzo al 2 maggio omaggio a "Blow up: Antonioni e la fine della swinging London"

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Pubblicato il 28/03/2013 — ultima modifica 08/05/2013
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