lunedì 11.12.2017
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“La volontà” di César Brie sonda il pensiero e l’anima di Simone Weil

Al Teatro delle Passioni di Modena dal 6 al 13 aprile
“La volontà” di César Brie sonda il pensiero e l’anima di Simone Weil

La volontà

Nello spettacolo “La volontà - frammenti per Simone Weil”, in scena al Teatro delle Passioni di Modena dal 6 al 13 aprile, il regista, drammaturgo e attore César Brie, affiancato da Catia Caramia, racconta la pensatrice francese, le sue idee e il suo spirito. L’intento principale è la descrizione dei fatti biografici, ma alla narrazione oggettiva l’artista argentino sovrappone una sorta di realismo magico che dalle vicende quotidiane estrae potenti elementi simbolici e attraverso il gioco dell’intelligenza e dell’ironia sonda temi forti come l’amore, il lavoro, la guerra, l’ideologia, la fede in Dio, la lotta per la giustizia.

Simone Weil, donna di una forza interiore sconvolgente (la volontà sottolineata dal titolo di questa pièce), viene ricordata come filosofa, mistica, scrittrice, poetessa, storica e intellettuale schierata dalla parte dei lavoratori. Nella complessità della sua breve vita il merito più grande, ciò che la distingue rispetto ad altri grandi pensatori, è la sua inarrestabile ricerca della verità, alla quale ha dedicato l’intera esistenza. La sua fame di sapere la portò, giovanissima, a provare sul suo stesso corpo l’esperienza dell’operaia manovale, nonostante non ne avesse necessità economica: per due anni abbandonò l’insegnamento e lavorò in una fabbrica per sentire su se stessa la fatica, l’umiliazione e il senso di schiavitù dei lavoratori, che fino a quel momento lei aveva sostenuto, nella loro lotta per i diritti, soltanto attraverso i suoi studi e le sue riflessioni critiche. Dunque, la conoscenza per Simone Weil è empirica: non si può teorizzare davvero qualcosa di cui non si ha l’esperienza diretta. E questo secondo lei va applicato a tutte le cose che appartengono al mondo, compresa la bellezza, l’amore per la vita, la libertà, ma anche il dolore, la sofferenza, la sventura.

Sulla scena Simone è Catia Caramia, che fa confluire la sua appassionata autenticità di attrice nell’assoluta sincerità del personaggio che interpreta. César Brie invece ha il ruolo molteplice di uomini legati alla vita di Simone: suo padre, il poeta Joe Bousquet, il domenicano Joseph-Marie Perrin, e una figura inventata, l’infermiere che la assiste mentre Simone sta morendo nel sanatorio di Ahsford, nel Kent. Questo personaggio fittizio, immaginato come amico e confidente della Weil, guida il pubblico in un viaggio a ritroso nella biografia della filosofa, srotolando i frammenti dei ricordi e dei dialoghi con lei. Emergono, in maniera sfumata e non lineare tipica della memoria umana, la critica al marxismo, il ritrovamento del mondo classico, la previsione degli orrori nel nazismo, l’esperienza mistica che la apre al pensiero cristiano. Gli episodi più duri e violenti, legati alla guerra, rimangono sullo sfondo narrati attraverso il parallelismo con l’Iliade (cui la Weil dedicò un’ampia riflessione). Allo stesso modo, gli episodi biografici più crudeli sono sfumati attraverso un accompagnamento onirico di chitarra, organetto e pianoforte (con le musiche originali di Pablo Brie). Le luci invece (disegnate da Daniela Vespa) scandiscono la variazione dei registri espressivi delle scene (firmate da Giancarlo Gentilucci), dal teatro di figura ai gesti meccanici ossessivamente ripetuti, che riproducono l’alienazione del lavoro in fabbrica.

“La volontà”, prodotta dal Campo Teatrale/César Brie, viene definita un lavoro fisico, una sorta di teatro visuale, ma paradossalmente la forza cinetica dei personaggi ne svela l’anima, ne libera moti spirituali: il visibile diventa lo specchio dell’invisibile. Sulla tomba inglese della Weil è scritta, in italiano, questa frase: “La mia solitudine, l’altrui dolore ghermiva fino alla morte”. Per il regista argentino è un segno da interpretare, la possibile indicazione di un personaggio sepolto nella storia di Simone (che nella sua messa in scena prende forma dell’infermiere immaginario, a cui viene dato un nome italiano, Carlo Manfredi). Ma potrebbe essere anche una postuma confessione di profonda empatia con il genere umano, che contraddistingue l’intera vita della Weil e che questo spettacolo presenta con tutta la potenza romantica della drammaturgia di Brie. Lo suggerisce lo stesso Brie, dicendo della Weil: “Morì di stenti, in esilio; si occupava degli esseri umani, ma dimenticava se stessa”.

 

Informazioni:

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Pubblicato il 31/03/2017 — ultima modifica 31/03/2017
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