lunedì 23.10.2017
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“Mar del Plata”, gli angeli del rugby che sfidarono i colonnelli

In scena a Bologna, Faenza, Forlì e Parma dal 5 al 24 febbraio
“Mar del Plata”, gli angeli del rugby che sfidarono i colonnelli

Mar del Plata

“Chi ha paura della verità e del dissenso ricorre alla violenza e alla menzogna ovunque, i mafiosi in Sicilia oggi, i militari in Argentina 35 anni fa. Le violenze di mafiosi e golpisti si somigliano, come si somiglia la capacità di dire no, di tenere la schiena dritta…”

Sono parole di Claudio Fava, autore del libro “Mar del Plata” (pubblicato nel 2013), da cui è tratto l’omonimo spettacolo, riadattato per il teatro dallo stesso Fava e co-prodotto da Accademia Perduta/Romagna Teatri e Società per attori (con la collaborazione di Amnesty International e con il patrocinio istituzionale dell’ambasciata argentina e della federazione italiana rugby). La regia è di Giuseppe Marini e sul palco, tra altri interpreti, troviamo Claudio Casadio, Giovanni Anzaldo, Fabio Bussotti, Andrea Paolotti e Tito Vittori.

Vincitore del Premio Speciale Persefone “Carmelo Rocca” 2016 come “miglior spettacolo di autore contemporaneo”, “Mar del Plata” va in scena a Teatri di vita di Bologna domenica 5 febbraio alle 21.00, al Teatro Angelo Masini di Faenza dal 6 all’8 febbraio, sempre alle 21.00, al Teatro Diego Fabbri di Forlì dal 9 al 12 febbraio (alle 21.00 da giovedì a sabato, alle 16.00 domenica) e Parma, al Nuovo Teatro Pezzani, il 23 e 24 febbraio.

Il sottotitolo dello spettacolo, “gli angeli del rugby che osarono sfidare il regime argentino”, riassume perfettamente la vicenda, vera: è la storia della squadra di “La Plata Rugby”, un gruppo di ragazzi che a metà degli anni Settanta, nell’Argentina dei colonnelli, venne decimata dalla ferocia dei militari di Videla. Ogni cosa ebbe inizio con la morte di un giocatore, Hernan Roca, che non faceva politica ma, scambiato per suo fratello, militante nel gruppo radicale della sinistra peronista, fu prelevato da casa e ucciso. Il dolore, il senso di impotenza e la rabbia per la sua morte spinse il resto della squadra, la domenica successiva, durante la partita, a ricordarlo con un minuto di silenzio. Il minuto si protrasse e ne durò dieci, e tanto bastò: quel piccolo gesto della squadra diventò una condanna a morte, che Videla fece eseguire. Ad uno ad uno, dapprima in forma di incidenti, messe in scena, poi senza più scuse, vennero uccisi 17 giocatori. Ma chi rimase vivo decise di non scappare, pur avendo l’occasione di farlo, e di finire il campionato, nonostante il regime pretendeva si ritirasse. E così, seppure falcidiata, la squadra giocò l’ultima partita in uno stadio gremito che gridava “viva la libertà” in faccia ai colonnelli.

Ci fu un unico sopravvissuto a quella tragedia: Raul Barandiaran. L’unico testimone vivente di quella squadra che aveva deciso di protestare contro la violenza e l’oppressione e che pagò con la vita di quasi tutti i suoi giocatori il semplice silenzio/omaggio per una vita stroncata o l’ostinazione di continuare a tenera stretta al petto una palla ovale, simbolo di un gioco basato sui valori come coraggio, lealtà, altruismo. Ma Barandiaran non aveva mai raccontato la sua storia, nemmeno quando il regime dei militari era crollato. “Essere rimasti vivi, sopravvissuti al male, è sempre un peso insopportabile, il segno di una colpa che non esiste ma che ti covi dentro come un’ulcera; succedeva agli scampati di Auschwitz, successe anche ai superstiti della mattanza argentina” - scrive Claudio Fava. Tuttavia, con lui, alla fine, Barandiaran (peraltro di origine siciliana) si era aperto; a Fava la mafia aveva ucciso il padre qualche anno dopo la fine dei rugbisti, e forse questo passato atroce li ha aiutati a capirsi. L’incontro è stato l’inizio di un percorso che è diventato libro e poi questo spettacolo teatrale.

Dunque, una singola storia che rappresenta una strage diffusa durata anni. Di quella stagione di repressione del regime dei colonnelli di Videla si sa molto, quasi tutto. Negli anni l’orrore si è aggiunto all’orrore, con la verità sui desaparecidos lanciati in mare durante voli militari, sui loro bambini fatti adottare ai loro stessi carnefici, sui silenzi dell’Occidente di fronte alla sparizione di un’intera generazione di studenti e di intellettuali innocui che si opposero alla dittatura. Ma Fava, nel tirar fuori dai cassetti questa tragica storia, piccola ma potentissima, riesce a renderla universale e quindi sempre attuale.

“Si moriva in Argentina come in Sicilia - sottolinea Fava - perché una banda di carogne regolava in questo modo i propri conti con i dissidenti. Pensarla storta, fuori dal coro, era un peccato imperdonabile. A Buenos Aires come a Catania… Ho provato a immaginare com’erano vissuti e perché avevano fatto quello che scelsero di fare. Non serviva a consolarsi ma a capire che dietro ogni violenza, a Buenos Aires come a Palermo, non c’era mai fatalità ma un pensiero malato, l’osceno sentimento del potere, l’avidità, il desiderio di impunità, la menzogna… Ho provato a immaginare i pensieri e i gesti di quei ragazzi che scelsero di restare e di morire. Ho cercato di riannodare i fili invisibili che legano vite lontane tra loro: i giovani agenti di Paolo Borsellino che rinunciano alle ferie per far da scorta al loro giudice, i giovani rugbisti di Mar del Plata che rinunciano a trovare rifugio in Francia pur di giocarsi fino all’ultima partita il loro campionato… Perché alla fine poco importa che quei ragazzi fossero argentini o siciliani. Importa come vissero. E come seppero dire di no.”

 

Informazioni:

www.teatridivita.it/

www.accademiaperduta.it

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Pubblicato il 31/01/2017 — ultima modifica 03/02/2017
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