martedì 25.04.2017
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Il Mondo va turbato. In scena “Minetti” di Thomas Bernhard

Con Eros Pagni e regia di Marco Sciaccaluga. All’Asioli di Correggio il 21 e il 22 febbraio e allo Storchi di Modena dal 23 al 26 febbraio
Il Mondo va turbato. In scena “Minetti” di Thomas Bernhard

Eros Pagni in "Minetti"

Al Teatro Asioli di Correggio, martedì 21 e mercoledì 22 febbraio, e al Teatro Storchi di Modena, il 23, 25 e 26 febbraio, arriva “Minetti” di Thomas Bernhard, produzione dello Stabile di Genova presentata nella versione italiana di Umberto Gandini e diretta da Marco Sciaccaluga.

Scritto nel 1976 dall’autore austriaco in omaggio alla figura dell’attore Minetti, uno dei più grandi interpreti della scena tedesca del secondo Novecento, il testo in realtà non è biografico, indica piuttosto un percorso ipotetico che potrebbe seguire un grande attore e diventa occasione per una lunga riflessione sull’arte, sul senso del teatro nella società, sul ruolo dell’attore e sulle relazioni che questi instaura con il proprio personaggio, con l’autore del testo e con il pubblico. Intrecciando il comico e il tragico e la realtà con la sua trasfigurazione poetica, l’intera commedia è costruita intorno a questo interrogativo: qual è il ruolo del teatro nella società contemporanea? come può il palcoscenico essere ancora oggi il riflesso del mondo?

Alla ricerca di una risposta, sul palco nel ruolo di Minetti troviamo Eros Pagni, che “fa leggere follia, ricordi, disperazione, tutto sulla sua faccia” (scrive “L’Espresso”) e che critica il teatro ridotto a intrattenimento, ne rivendica il ruolo di messa in crisi della comunità e delle sue convenzioni consolatorie. Per dirla con le parole di Minetti:
“Il mondo pretende di essere divertito e invece va turbato, turbato turbato, ovunque oggi ci volgiamo null’altro che un meccanismo per divertire. Occorre precipitare tutto nella catastrofe dell’arte”.

Lo spettacolo segue il testo di Bernhard: nella notte di San Silvestro, mentre fuori infuria una bufera di neve, un vecchio attore, Eros Pagni per l’appunto, entra nella hall di un albergo di Ostenda, sulla costa atlantica, con una grande valigia che racchiude tutta la sua storia. Ha appuntamento con il direttore del teatro locale per organizzare il suo ritorno in teatro, dopo 32 anni di isolamento, con il suo Re Lear che vuole rimettere in scena con la maschera creata per lui da Ensor. E già questa è una specie di dichiarazione d’intenti: James Ensor, pittore del secondo Ottocento, ha criticato ferocemente la società del suo tempo, la sua maschera è l’immagine della contestazione, l’esteriorizzazione di un ghigno beffardo. Minetti la tira fuori in un contesto pieno di figure mascherate, che si aggirano nella hall in attesa di festeggiare l’ultimo dell’anno, ma la maschera di Ensor è totalmente diversa. Non è divertente, non appaga la vista, non è “addomesticata”: è grottesca e al contempo terrifica. Serve a svelare il segreto intento della pièce: esibire una verità sconveniente.

Il direttore non arriva (e la sua assenza evoca lo spettro di Godot). Nell’attesa, lentamente, l’attore segue il suo flusso interiore, ricorda, evoca frammenti della sua vita rivolgendosi al personale dell’albergo (Marco Avogadro e Nicolò Giacalone), a una signora (Federica Granata) e a una giovane ragazza (Daniela Duchi), mentre la scena, la struttura centrale della hall montata su girevole e ideata da Catherine Rankl, gira su se stessa rimanendo inalterata, come a sottolineare la staticità del dramma e il ripetersi della stessa prospettiva da angolazioni diverse. Solo la caduta finale (il suicidio, tragico “coup de theatre” architettato da Minetti) si consumerà all’esterno, come indica una panca da parco e la neve comparse sulla scena; dunque nella bufera, allegoria di una condizione che mortifica l’esistenza, l’individuo e la sua socialità, in una sorta di metaforica glaciazione che attanaglia l’albergo/mondo.

Il regista Marco Sciaccaluga annota: “Ho diretto Eros in moltissimi spettacoli e da molti anni: sono sempre stati ‘viaggi’ appassionati, non abbiamo mai smesso di credere insieme che ogni volta ci dovevamo rimettere in discussione, ricominciare da capo, ‘svitarci gli occhi’, come diceva Henry Fonda, per guardare il mondo con quelli di un altro. Nel caso di Minetti sento che in gioco ci sia qualcosa di più, perché al suo centro c’è il teatro e l’arte dell’attore, il suo senso, la sua necessità, la sua radicalità davanti al Mondo. C’è dunque il lavoro che ci siamo scelti, o che ci ha scelti. Per ogni teatrante Minetti è un autoritratto, ma anche una commedia che scommette su un’idea provocatoria: mostrare che l’Attore è l’Uomo e che il Teatro si fa autoritratto del Mondo, anche quando entrambi, come in questo testo, raccontano la loro fatale caduta.”
Le musiche della pièce sono di Andrea Nicolini, le luci di Sandro Sussi.

 

Informazioni:

www.ert.it

www.teatroasioli.it

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Pubblicato il 10/02/2017 — ultima modifica 17/02/2017
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