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“Capatosta”. In scena la Taranto ferita e divisa dell’Ilva

Lo spettacolo di Crest Teatro, vincitore di “Storie di Lavoro 2015”, a Pieve di Cento e a Novellara, il 4 e il 15 marzo
“Capatosta”. In scena la Taranto ferita e divisa dell’Ilva

Capatosta - foto di Marco Caselli Nirmal

“Capatosta”, spettacolo di Crest - Teatri abitati vincitore del premio “Storie di Lavoro 2015”, approda sui palchi del Teatro Comunale Alice Zeppilli di Pieve di Cento (sabato 4 marzo, alle 21.00) e del Teatro Comunale Franco Tagliavini di Novellara (mercoledì 15 marzo alle 21.00).

“Capatosta”, in italiano “testa dura”, è prodotto in collaborazione con Armamaxa teatro ed è una metafora della città di Taranto.  Lo spettacolo ha il merito di trasferire la terribile verità dei fatti di cronaca riguardanti questa città ferita e divisa, chiamata a scegliere tra il lavoro e la vita, in parole, volti, gesti e rapporti quotidiani.

Scritto da Gaetano Colella, il testo nasce da una profonda riflessione sui meccanismi quotidiani di sopravvivenza raccolti attraverso le testimonianze di operai dell’Ilva, alla loro fabbrica “uniti in un abbraccio letale”. La regia, di Enrico Messina, passa dai toni ironici a sfumature drammatiche schivando la retorica e senza mai calcare la mano su nessuno dei registri possibili, proprio perché tutto ciò che viene raccontato sul palco è terribilmente vero.

La scena dello spettacolo, curata da Massimo Staich, è essenziale e tetra: un tavolino, due armadietti, una coperta, un casco, una poltrona. Tra queste mobilie si muovono Gaetano e Adalberto, due operai costretti a lavorare gomito a gomito ma diversissimi tra di loro: il primo ha all’attivo vent’anni di servizio, nessun slancio ideale e un carattere spigoloso di chi bada al sodo, di chi si è adattato alle brutture e aperto ai compromessi. Il secondo è giovane, laureato e pronto alla rivolta, anche per il ricordo di suo padre che in quella fabbrica si è consumato la vita, ma con un risentimento iperbolico che paradossalmente riduce la possibilità di protesta a una rabbia distruttiva quanto impotente. I due personaggi, che potrebbero essere padre e figlio, sono interpretati dall’autore del testo Colella e da Andrea Simonetti e insieme incarnano il conflitto generazionale che lì, tra i fumi velenosi dell’Ilva, diventa, come scrive lo stesso Colella, “lo spirito di una comunità intera e, probabilmente, di tutta la nostra nazione lacerata fra l’indifferenza da un lato e la voglia di cambiare dall’altro”.

“Sono andato a parlare con gli operai. Per giorni, settimane - spiega ancora Gaetano Colella - Solo loro potevano restituire la dimensione del dramma, di quella frattura insanabile fra salute e lavoro che si sta vivendo in maniera sempre più violenta… Non è un blocco unico di coscienze allineate su una posizione. Ho trovato invece un universo pieno di uomini soli, spesso sbandati, che non sanno esattamente cosa fare né cosa sarà di loro, che non hanno punti di riferimento, che non conoscono i loro diritti e altri pronti a inventarne di nuovi; un universo profondamente lacerato da posizioni molto distanti, fra chi medita soluzioni, chi vendette, chi rancore, chi invece non se ne frega niente come non se n’è mai fregato. Chi pensa di scappare via, chi di lottare. È da queste figure che sono nati i due personaggi di questa storia.”

La composizione sonora dello spettacolo, che porta la firma di Mirco Lodedo, è una sorta di sinfonia aliena, con i suoi suoni amplificati e distillati che accompagnano il testo e il suo straniante ping pong di stati emotivi di chi si trova davanti un’alternativa così perversa e brutale: il lavoro o la salute (o, per meglio dire, la malattia, tra veleni e tumori, o la fame).

L’Ilva è la più grande acciaieria d'Europa (fondata all’inizio degli anni Sessanta). “L’impatto quando ci arrivi di notte dalle colline del nord brindisino è stupefacente - scrive Enrico Messina nelle sue note di regia - Un corpo unico: si confondono la fabbrica e la città, si mescolano, si compenetrano. Sembrano amanti distesi sul golfo in un abbraccio che pare non possa sciogliersi mai. A guardare gli sbuffi, le improvvise gigantesche nuvole di fumo che si alzano dai camini sembra di sentire il respiro affannoso del loro amplesso; il respiro delle molte vite che li abitano, li fanno vivere, li nutrono e se ne nutrono da generazioni. Generazioni, che si succedono, e scorrono in quei due corpi come sangue vivo. Padri, madri, figli. Ma quando ci arrivi di giorno, dalle stesse colline, il panorama cambia. L’abbraccio sembra trasformarsi in una morsa, un morso anzi. Soffocante… La luce del giorno è crudele, spietata, non lascia spazio al dubbio: il fumo dei camini è veleno, le costruzioni degli impianti sono “bruttezza”, il corpo della città disfatto, cadente, malato. Bisogna che qualcosa accada, che si rompa quel precario equilibrio eppure immoto. Bisogna che si separino gli amanti. Bisogna che si scontrino quei padri e figli. Bisogna. E per farlo serve che qualcuno cominci a urlare.”

 

Informazioni:

www.associazioneliberty.it

www.teatronovellara.it

www.teatrocrest.it

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Pubblicato il 01/03/2017 — ultima modifica 01/03/2017
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